Nel 2025 gli atleti (https://worldathletics.org/records/toplists/road-running/marathon/all/men/senior/2025) e le atlete (https://worldathletics.org/records/toplists/road-running/marathon/all/women/senior/2025) provenienti da Etiopia, Kenya, Uganda, Eritrea e Tanzania hanno occupato rispettivamente 69 e 74 delle prime 100 posizioni nelle classifiche mondiali di maratona di World Athletics.
È un dominio che continua anche nell’epoca delle “super shoes”, dei sensori biometrici e dei programmi di allenamento costruiti dall’intelligenza artificiale. Dopo la maratona di Londra del 2026, chiusa dal keniano Sabastian Sawe sotto le due ore in una gara ufficiale (Guardian - https://www.theguardian.com/sport/2026/apr/26/sabastian-sawe-breaks-two-hour-barrier-london-marathon-world-record), gran parte dell’attenzione si è concentrata sul ruolo della tecnologia nella performance (Bbc https://www.bbc.com/sport/athletics/articles/cn898pn2x08o).
- La fatica condivisa
Secondo Aeon (https://aeon.co/essays/what-ethiopian-running-says-about-the-limits-of-human-ability), però, questi risultati derivano dal modo in cui viene concepita la corsa in quei Paesi: non come ottimizzazione individuale, ma come pratica collettiva. In Etiopia, i runner si allenano in gruppo sui sentieri del monte Entoto, sopra Addis Abeba, alternandosi nel “tirare” i compagni. Stare davanti significa spendere energie per gli altri ed è considerato una responsabilità condivisa. Chi corre troppo forte rischia di “bruciare” energie che dovrebbero essere distribuite e protette. Gps e smartwatch spesso restano a casa: conta di più la capacità di ascoltare il corpo, adattarsi al terreno e seguire il ritmo del gruppo.
- La tecnologia non basta
In molti Paesi del mondo, invece, la corsa è diventata uno dei simboli della cultura dell’auto-monitoraggio, con programmi sempre più personalizzati e una misurazione continua di sonno, recupero e livelli di stress. Di recente, però, sempre più runner professionisti e amatori stanno cercando altre vie per migliorare la performance: molti si recano in Kenya, attratti dal centro di allenamento di Iten, diventato famoso per la dimensione comunitaria nella quale vivono gli atleti (Guardian https://www.theguardian.com/travel/2011/apr/16/iten-kenya-running-athletics-training-camp). Un reportage di Outside (https://run.outsideonline.com/road/road-culture/step-inside-this-striking-mediterranean-style-running-camp-in-kenya/) racconta come la quotidianità di questi camp ruoti intorno ad allenamenti condivisi, pasti comuni e recupero collettivo, trasformando la corsa in un’esperienza sociale prima ancora che tecnologica.
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