Nel mondo reale, le conversazioni a cui mi è capitato di assistere legate al tema del ciclo mestruale nello sport si svolgono all’incirca così: “Hai visto? L’atleta X ha detto che aveva il ciclo”; “Eh beh, sì, in effetti può succedere.”; “Pensa per chi punta alle Olimpiadi, ti capita il ciclo il giorno della gara.”; “Oddio, ma come fanno?”.
La sequenza è più o meno questa, indipendentemente da chi e quanti siano gli interlocutori. Il punto è che per far avvenire questa conversazione è necessario un evento, un fatto o una notizia che renda manifesta l’esistenza del ciclo mestruale. A seguire subentra la consapevolezza di quanto sappiamo del ciclo, che interessa metà della popolazione umana per un lungo periodo di vita e ha una frequenza tale da non poter essere considerato episodico come l’osservazione fenomenologica vorrebbe. Il contrasto tra le due cose crea un cortocircuito, che lascia emergere il disagio: in teoria sappiamo, ma non vediamo, non sentiamo, non capiamo.
https://www.ultimouomo.com/rapporto-ciclo-mestruale-sport-donne-intervista-kate-clancy/
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