Sono bravissime. Vincono gli UsOpen, strappano l'oro alle impareggiabili atlete russe nella ginnastica ritmica, nuotano come il vento e salgono spesso sul podio in quasi tutte le discipline, dai tuffi di Tania Cagnotto al fioretto di Valentina Vezzali. Le donne dello sport italiano stanno vincendo di tutto, surclassando spesso gli uomini. Eppure per il Coni atlete riconosciute a livello mondiale come Federica Pellegrini, Flavia Pennetta e il capitano del Setterosa Tania Di Mario - bronzo ai mondiali di Kazan per la pallanuoto -rimangono a tutti gli effetti delle dilettanti.
A determinarlo è una legge mai rivista e risalente al 1981, che molti giuristi non faticano a considerare incostituzionale. Secondo quella normativa, che ha il sapore della discriminazione di genere, infatti, a decidere chi sono qualificati come atleti professionisti sono il Coni e le sue Federazioni.
Al legislatore però è sfuggita l'eventualità che gli organi sportivi potessero scegliere solo delle discipline maschili e non le omologhe discipline femminili. E infatti così è accaduto. A oggi, in Italia, unici atleti professionisti possono essere soltanto maschi. Le donne, insieme agli uomini di numerose discipline sportive, possono tornare trionfanti da Flushing Meadows, da un Mondiale o da una Olimpiade, ma saranno sempre e soltanto delle dilettanti.
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